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"... è un mondo continuamente sognato, evocato, è l'oggetto
del dialogo dei reclusi.
Fuori si va a spasso, si mangiano cose belle e buone, ci si
sdraia dopo il pranzo. Fuori c'è tutto il mondo che è stato
tuo fino all'altro ieri, gli amici che ti vogliono bene, i
genitori e i parenti, c'è soprattutto la ragazza che ti
aspetta con occhi e seni reali e stupendi: direi che proprio
nella nostalgia per questo «incommensurabile fuori» sta uno
dei tratti più felici e riusciti del libro di Graziani.
Ma anche l'umanità di chi è dentro l'«arcipelago Chieti»,
nonostante l'assurdo che sempre comporta un universo
concentrazionario, è ricca, sfaccettata, percorsa da
umanissima follia, come da momenti di tenerezza e di pietà.
Quest'ultimo sentimento contrassegna lo stato d'animo del
fante Graziani molto più della rabbia profusa a piene mani,
più forse ancora del ricordo di un mondo e di un tempo
felici che ci sono stati e ancora ci sono fuori dei
cancelli. Dentro le tetre stanze non si può che parlare e
litigare, inseguirei fantasmi d'una sensualità tanto più
prepotente quanto più negata, dato che nessuno, e tanto meno
una donna, potrebbe accorgersi di questo disgraziato «figlio
della patria» di cui parla la retorica a proposito del
soldato, mentre in realtà tutti «si vergognano come ladri a
passeggiare con te fra le persone civili ed evitano il tuo
sguardo». |