"Pigro"... ma non troppo

Ivan Graziani chitarre (tutte, proprio tutte), Hugh Bullen basso, Walter Calloni batteria, Claudio Maioli tastiere, Claudio Pascoli fiati. Immaginiamo questa formazione sul palco: chi ha avuto modo di ascoltare questi musicisti sa che razza di suoni terrificanti sanno tirar fuori.  "Pígro" (ultimo ellepì di lvan) ovvero quei signori messi insieme e tenuti sul filo dei funambolismi rock-heavy-elettrici (soprattutto, e ci voleva finalmente)-acusticl-falsetto-vocáli: il risultato è quello di una 'performance' dal vivo, il giradischi non tira fuori l'elemento scenico è vero, ma il rimanere in apnea per quasi quaranta minuti è garantito.
Incontrai lvan circa due mesi fa con un nastro sotto il braccio ed un paio di occhialetti con montatura arancione e lenti in plastica di infima fattura.  A parte questa nota, è l'unico vero paio di occhiali punk che esista, divenuta parte integrante della coreografia del personaggio (la chitarra non è coreografia, è un'appendice sviluppatasi in seguito ad alterazioni genetiche), il fatto saliente fu mettere quei nastro sul registratore ed aspettare quello che ne venne fuori.  Otto colpi in rapida successione mi inchiodarono sulla sedia: lvan aveva dichiarato guerra alla pseudo cultura, alla pseudo politica dei "per dio compagni", alle messe in scena dei festival pop, persino al dolore e all'amore.  Non con rabbia, sarebbe stato da persone poco intelligenti, ma con la zampata di velluto che la sorniona saggezza contadina di quest'uomo della terra (il famoso connubio è sempre più valido) aveva saputo sferrare attraverso quei testi incredibilmente calibrati e maturi.
Oggi "Pigro" e gli altri titoli, "Monna Lisa", "Fango" (inizialmente sembrava dovesse essere questo il titolo dei long pla­ying), "Paolina", "Scappo di casa", "Sabbia dei deserto", "Gabriele D'Annunzio" (è dedicata ad un vecchio che conosco davvero e che ha la disgrazia di chiamarsi così) e "Al festival slow folk di B-Milano", sono una realtà in vinile, un lavoro che, continuando lo stimolante discorso iniziato con "I lupi", dipana il filo inquisitore che ne animava lo spirito fino alle conseguenze di un approccio che nulla ha più di sotterraneo bensì di diretto e scarnificante.  Le piaghe di un "Fango" , "fango, metà della vita fango, un fiore cresciuto male bisogna strapparlo via.  Falso, era tutto falso, mi viene da vomitare io ho ucciso un uomo", sono alla luce dei sole, non hanno speranza di cicatrizzarsi, sono le stimmate del pazzo, dell'emarginato, dei contadino, dell'operaio.
Per Ivan, progressivamente, da "Ballata per quattro stagioni " a "Pigro" sono cadute tutte quelle barriere frapposte tra il suo mondo, un tempo fatto di delicate sfumature, ed il maleodorante tangibile.  Paragoniamo ad esempio due storie: in "Ballata" c'è una bellissima canzone; si intitola "li mio cerchio azzurro" ed è la storia di un malato di mente immerso in una sua dimensione di purezza che esprime attraverso poesie bellissime la sua voglia d'amare.  Una di queste è il testo della canzone: "Vuoi conoscere tu il mio cerchio azzurro, ne farai ornamento ai tuoi seni... Se ti chiamo tu vieni non aver paura e vivrai anche tu nel mio cerchio azzurro... Affiderò i tuoi sogni puri alle follie di un destriero di nebbia... Come un lento ricordo frugherò la tua mente e la tua anima avrò nel mio cerchio azzurro".  Le immagini sono evanescenti, si incrociano l'un l'altra in dissolvenza, la realtà è ultraterrena.
Anche in "Pigro" si parla di un matto: è "Gabriele D'An­nunzio" ma qui tutto è messo crudelmente a fuoco: "Gabriele è uno schiavo dei pornolibretti e a casa rinnova un suo rito, lui stende sul letto le donne dì carta poi le chiama per nome amore, tesoro, dolcezza mia bella, Sandrona la sexy  poi si butta a terra piangendo la sua disperazione".  Un mondo 'punkizzato' sembra crollare tutto insieme sulle spalle di questo piccolo uomo ma l'urlo feroce della sua chitarra lo respinge e lo domina senza segni di stanchezza.
Qualcuno ha detto che "Pigro" chiude una trilogia idealmente iniziata con "Ballata per quattro stagioni": non sono d' accordo, secondo me questo album inizia, ed ora sposto il discorso sul lato prettamente estetico-musicale del lavoro, a fare seriamente il punto su un connubio che raramente si verifica in autori che siano anche dei musicisti di prim'ordine e cioè quello testo-musica, il saper fondere le due cose in un tutt' uno che non dia adito a priorità.
Nel maggio dei 1976, in una intervista fatta in occasione dell'uscita di "Ballata", lvan disse: "Se con quest'album riuscissi a far capire il rapporto diretto cantautore musicista, la necessità di non separare queste due situazioni musicali, avrei ottenuto abbastanza". 
Caro lvan allora non ci riuscisti, oggi non abbiamo dubbi.

 

di Nicola Sisto    

 
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