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Il grande macigno di quaranta
tonnellate, sostenuto da tre pietroni aguzzi a Proleek nella contea di
Louth, per secoli fu motivo di armoniose ballate con le quali poeti e
pastori occasionali cantarono le stravaganze della natura. Ma un giorno
qualche archeologo dimostrò ai britannici che quell’ammasso di pietre era
una tomba megalitica costruita quando nella nebbiosa isola era in pieno
fiore una vigorosa e ben distinta cultura. Ivan Graziani non ha l’aspetto
megalitico anche se una certa sua rudezza di linguaggio, il muoversi non
propriamente come la Fracci potrebbero suggerire ad un occhio attento
certe sue discendenze risalenti a qualche annetto prima di Cristo.
Comunque se ad Ivan capiterà di finire al Pincio, marmorizzato su un
piedistallo, molto probabilmente,sotto il mezzo busto, i dipendenti del
ministero dello spettacolo scriverebbero: <<un laconico rockman>>. Se
togli ad Ivan il vestito rock sotto ci trovi l’abruzzese; se gli togli
l’abruzzese ci trovi il contadino che balla il saltarello sotto ilGran
Sasso, indossando collane di aglio come in Transilvania; se togli il
contadino ci trovi il rispettabile Doctor Jekyll, poi Mr. Hyde e poi
Gabriele D’Annunzio e poi A dar rappresentazione di un tipo così si
finisce in manicomio, meglio accontentarsi di qualche brandello sparso qua
e là da lui stesso in una splendida mattina alle otto, quando i lupi e i
cantautori impegnati vanno a dormire, mentre i Graziani, i Venturi e i
dipendenti Atac attratti dall’irresistibile fascino di Michele Mondella,
che in quelle ore albeggianti organizza le glorie future dei dormienti,
con stoicismo si danno alle affabulazioni per magnetofono, s’allenano
scazzottando nell’aria per salire due ore dopo la pedana di Discoring. Il
luogo dove si consumano simili bravate è quasi sempre uno di questi grandi
alberghi un po’ freddi ma che hanno il merito d’essere ubicati nel bel
mezzo di un qualche crocevia strategico tipo RAI, sala d’incisione, Ciao
2001, RCA, Mondella, autostrada per fuggire e che si chiamano sempre con
nomi presi a prestito dalla toponomastica del quartiere: Fleming, Giulio
Cesare, Cicerone ecc. E’ importante fornire ai curiosi questi particolari
perché in quest’epoca d’infrenabili desideri demitizzatori non è di poco
conto sapere che i cantautori non vivono quasi mai dove vorrebbero:
Guccini nel suo Appennino tosco-emiliano, Paolo Conte nell’affascinante e
perversa Asti, Graziani all’ombra del verde Gran Sasso, ma pur non
parlandone quasi mai devono posare gli occhi tutti sugli stessi panorami
da commessio viaggiatori, fatti di autogrill d’autostrada, alberghi di
passaggio, dove Byron o Goethe non entrerebbero neanche sotto forma di
pocket, e accecanti studi televisivi dove si suda più che in Giamaica,
senza il beneficio delle palme e del calipso. Probabilmente questa
condizione umana da coscritti volontari fa esplodere in loro il desiderio
di cantare e di raccontare storie ambientate in fantastici e improbabili
spazi della mente. Nell'intervista qui di seguito trascritta, Ivan
Graziani si lascia andare a divagazioni
storico-antropologico-folcloristiche che, se hanno il merito di confondere
ancora di più le idee ai pianificatori della cronaca, non rinunciano a
rappresentare Ivan nella sua natura più vera: quella dell'imprendibile,
simpaticissimo e scatenato satiro greco del rock.
« ...Si, vengo dall' Accademia di Belle Arti di Urbino dove nel '68 mi
sono diplomato pittore. Avevo scelto questa scuola perché nelle vicinanze
era l'unico luogo dove c'era una certa apertura mentale, ma in realtà non
avevo nessuna intenzione di fare il pittore ed è così che mi misi a
disegnare cartoons. Per due anni e mezzo lavorai moltissimo con la Svezia
dove riuscii a guadagnare fino a 120.000 lire a striscione, perché uno di
quei giornali del cavolo aveva scoperto che da quelle parti, stufi di
fotografie ginecologiche, preferivano dei disegni che consentivano alla
fantasia di spaziare. I miei disegni comunque non erano come queste
porcherie che si vedono adesso in Italia, senza tratto, senza un'anima,
perché semplicemente ricalcati dalle fotografie pornografiche di giornali
tipo " O. V. "; i miei personaggini ricordavano quelli che si possono
vedere su Linus, solo che erano pupazzetti scopatori. Il ridicolo di
quella mia situazione di allora è che, laureato pittore, non sapevo
nemmeno come si mescolano i colori per via che metà del mio tempo ad
Urbino lo passavo alle lezioni di scultura, perché, beati loro, avevano
delle modelle interessantissime, mentre invece noi avevamo soltanto il
solito "negraccio" dell'università che veniva lì, oppure delle "budrigone"
nefaste per farci posare gli occhi sulle forme primordiali... Non ero
insomma preso dal fuoco dell'arte e per fortuna poi mi sono messo a
suonare; anche se a dire la verità questo mestiere del cantante l'ho fatto
molto per "fame" e se fosse possibile in Italia mangiare disegnando, forse
mi piacerebbe ricominciare daccapo perché un disegnatore è libero di fare
quello che vuole mentre un cantante è sempre nelle mani di troppa gente ».
Ma tutto questo cosa c'entra con il rock?
Già da questa prima parte dell'intervista si può arguire una fin troppo
palese tendenza del nostro ., più a procacciarsi Insensati piaceri carnali
che a rinchiudersi in una meditazione foriera di elevazioni spirituali. Il
maschiaccio mostra il suo aspetto di godurioso sfrenato, di giramondo
scapestrato e noi parafrasando una sua nota canzone gli chiediamo: « Ma
tutto questo cosa c'entra con il rock? ».
« Il rock è tutto l'universo possibile anche perché il rock è nato in
Abruzzo. Ho sviluppato questa teoria, che per me non è molto lontana dalla
realtà, suonandolo per anni con passione e capendo i meccanismi più
reconditi ed insospettabili che si muovono al suo interno. Il rock and
roll oltre ad essere il figlio spurio dei negri che si tacevano "menare"
nelle piantagioni e della country-music popolare, anch'essa fatta di un
misto di gospel-blues-ballate irlandesi e cose di questo genere, è una
musica alla cui base c'è la chitarra battente e che, siccome gli americani
non hanno mai inventato un tubo, ma di solito hanno predato tutto, se la
parte nera se la sono pappata dai negri, quella bianca l'hanno fregata a
noi. Nella seconda metà dell'8OO in America c'erano più abruzzesi che
indiani... e questi disgraziati oltre a lavorare come bestie avranno
cantato e ballato le loro cose, se non altro come ricordo del loro paese,
e tra queste la più sentita e importante è il saltarello che è un tempo
molto simile alla tarantella, simile al ballo tondo che c'è in Sardegna.
Durante questi anni ci sarà stata, non dico una fusione, ma tutti questi
generi musicali saranno andati di pari passo tino a quando una nuova
lingua e una nuova nazionalità non avranno fagocitato tutte le etnie
spagnole, italiane, negre, ecc. facendo nascere una nuova musica, appunto
il rock and roll. Il santone del rock and roll come tutti sanno, è Elvis
Presley il quale riunisce anche come persona una miriade di elementi
diversi: la tradizione negra che conosceva da vicino perché Memphis è una
città del profondo Sud, le tradizioni melodiche e sdolcinate delle ballate
dei cowboy e un nuovO modo di muoversi e di porsi al pubblico, che, pur
ricordandoli, non ha niente da spartire con la ritualità dei movimenti dei
negri. Forse è più vicino alla sfrenatezza del tarantolato che da solo
segue il ritmo fino a non vedere chi gli sta intorno. Elvis comunque è
stato il portabandiera di questa musica, è uno che ci è arrivato dopo
centocinquanta generi musicali ma che se non cantasse in "battere" non ci
si ricorderebbe di lui. Il cantare in battere lo deve proprio alle
tradizioni musicali dell'area mediterranea. Infatti se io faccio una
statistica della musica popolare del Sud d'ltalia come del Sud della
Spagna, su dieci momenti musicali di varie regioni,otto sono sicuramente
in battere,se devi trovare qualcosa di armonioso, di grecizzante, devi
andare verso...non so... un po' in Val di Non,dove fanno cose stranissime,
oppure devi andare a Trieste, dove però stenti a credere di essere ancora
in Italia. Comunque, senza fare troppo gli storici, io credo che anche se
il rock fosse nato indipendentemente dalle nostre tradizioni, esso
funziona magnificamente qui da noi e si adatta al bisogno di divertimento
che anche nelle nostre musiche si poteva riscontrare. Il divertimento, che
non è una stronzata ma è una cosa seria, è il 90% del rock, l'altro 10%
serve per chi, come me, vuole usare questo genere musicale per cercare di
dire qualcosa. Il divertimento, è qualcosa che richiama la stessa
dimensione magica e rituale dei nostri canti tradizionali. Io ho scritto
una canzone "Il prete di Anghiari", che è tutta impostata su queste
dimensioni. La musica rock serve anche per ballare in un certo modo e
ballando si esorcizza la paura; tutto questo io l'ho potuto studiare
presso i contadini abruzzesi che ho avuto la fortuna di conoscere molto da
vicino perché mio padre faceva il fotografo dei matrimoni e quindi aveva
in mano il racket di tutto il contadiname di quella zona e andando con lui
da ragazzino ho imparato un sacco di storie magiche. Per ritornare al "Il
prete di Anghiari", se no qui per riparlare delle radici del rock potremmo
risalire ai dinosauri, anche se quella canzone parlava di una situazione
toscana, volevo in qualche modo unire la passione per il rock alla
dimensione magica, anche se poi difficilmente con un pezzo veloce si
riesce a creare una tensione magica a meno che non si rinunci alle parole
e ci si affidi; solo al potere frenetico di liberarti la testa che questa
musica possiede. Il pezzo lento che però è poco rock ha invece il potere,
magari con rumorini e sonagliere, di costringere la mente a sognare
figurativamente qualcosa di molto intenso come un quadro surrealista.
Quando con il pezzo veloce sono riuscito a dare al pubblico energia
vitale, a liberargli il cervello verso chi sa quale orizzonte, ci metto
dentro quel famoso dieci per cento d i contenuti che lo inchiodano sulla
sedia e io questa cosa, anche se sul palcoscenico non vedo nessuno, la
sento molto bene. Con il rock si riescono a dire cose molto intelligenti,
ancora di più che con la ballata la quale ti dà un grandissimo aiuto
perché la gente, se non si addormenta prima ci entra dentro dolcemente, ma
il rock, proprio perché è spigoloso, angoloso nella costruzione metrica,
ti lascia la libertà di scrivere versi che non sono versi, ti dà la
possibilità di dare una mazzata in testa alla retorica. Sfido chiunque a
musicare parole come quelle di " Monna Lisa " con un genere musicale
diverso dal rock; per inseguire quelle parole, specialmente negli stacchi,
sono andato letteralmente in manicomio: "II custode si lamenta
probabilmente vuole un'altra botta in testa, ora ". Se tu entri dentro a
questo gioco demoniaco che ha il rock, tu puoi parlare di una sedia ed
essere interessante».
D' Annunzio-dipendenza Sui testi dei cantautori alcuni critici " ritardati
" , nel senso che ritardano la capacità di concepire il nuovo, sono
riusciti a scrivere corbellerie inimmaginabili per difendere ad oltranza
Dante e Petrarca che, ne sono sicuro, non gliel'hanno mai chiesto. La
poesia, o metodo di parlare per simboli e analogie di quello che si vuole,
è una maniera di comunicare vecchia come il mondo e, per quanto vi sia una
moltitudine di persone che sostiene il contrario, è uno dei saperi più
cari alla gente comune, la quale, travolta dalle ideologie sempre più
complicate dei potenti, si abbandona ad essa come ad una vecchia amica di
famiglia che fin dalla nascita, non sapendo da dove venga e da quale parte
sia entrata, si accetta benevolmente. E' certo però che, come esistono
automobili da nababbi e vecchie carrette ad uso dei giovani e dei
pensionati, così anche la poesia ha i suoi sfarzi e le sue dignitose
povertà: quella del cantautori è mediamente benestante. Come tutti i
benestanti anche questa diva provinciale ha i suoi modelli da imitare, una
moda da seguire, una dignità composta da mostrare, senza che tutto ciò le
torni a discredito. Fra i lampioni e le torce di questo firmamento il
fuoco di D' Annunzio brilla spesso più intenso; egli, con il suo vivere
squinternato, con le sue contraddizioni irrisolvibili, fu poeta totale e
tramandò ai posteri il suo «sapere poetico» nel bene e nel male, nel ritmo
e nel gratuito, nel sangue e nei canapè. Ivan Graziani si dichiara D'Annunzio-dipendente
e, nel prendersi tutte le responsabilità per tale abominevole vizio,
abbassa la voce, dondola ambiguamente il capo come per dire oso o non oso
ma poi... si lascia andare alla sua solita verve un po' scurrile e riesce
a ricomporre il proprio personaggio, troppo originale per dover seriamente
render conto al plateale principe di Montenevoso:
« Gabriele D'Annunzio, almeno per me, che dopo averlo studiato a scuola un
po' distrattamente ho dovuto per irresistibile curiosità ripescarlo da
adulto, mi ha fatto andare in manicomio, mi ha fatto scattare una molla
poetica, quasi una droga, che entrava in tutto ciò che scrivevo, una
bibbia dell'immaginifico, che mi faceva partire contemporaneamente per
cinque, sei, sette, anche venti direzioni diverse. Certo che, per quello
che riguardava lo scrivere, questa frenesia è stata la mia fortuna ma
anche la mia disgrazia perché alla fine ne sono rimasto dipendente. Quando
una persona come lui ti ha preso tu diventi Doctor Jekill & Mr. Hyde, e
qui veniamo al discorso che io faccio sempre quando mi intervistano,
alterni le cose tenere e le cose più violente. " L 'innocente " è un libro
straordinario in quanto mai cosa più orrenda e schifosa fu perpetrata con
altrettanta tenerezza... e in questa situazione paradossale poetica,
perché in fondo non logica, ci ritrovi la forza delle tradizioni della
nostra terra abruzzese che vicino al segno positivo mette sempre quello
negativo, anche se poi credo che in mezzo ci finisca quella cosa che non
patteggia né per l'uno né per l'altro e che si chiama ironia. Anche la
canzone " Gabriele D'Annunzio " l'ho scritta per rimuovere questo
personaggio così importante nella mia vita e farlo scendere dal suo
piedistallo; infatti io ho conosciuto un Gabriele D'Annunzio che faceva il
contadino: era orribile, privo di qualsiasi personalità, ubriacone,
reietto; era uno straccio d'uomo che l'unico rapporto che poteva avere era
con le bestie... e il suo più grande colpo erotico è stato a Milano, a
Parco Ravizza, dove andò con 11 cappotto nudo sotto, a far paura alle
bambine. Pensa che divertente per uno che si chiama Gabriele D' Annunzio,
che è stato il re dei sofà, dei letti di tutte le donne meglio del mondo,
essere un disgraziato ma forse, a suo modo, anche lui un poeta ».
Il fatidico ultimo disco anche nella più squinternata delle interviste,
dopo aver fatto il punto sugli ultimi ritrovamenti etnologici su un'isola
dimenticata del Pacifico, l'interesse, il demone che governa il mondo,
come un biscione silenzioso ma perfidamente presente, riesce ad insinuarsi
piano piano nel discorso fino a farlo cadere sul fatidico ultimo disco.
L'ultimo disco di un cantante serve a molti usi stravaganti come per
esempio far innamorare, fornire una colonna sonora per lunghissimi viaggi
autostradali, invogliare nei supermercati l'acquisto di salamini e
detersivi, riempire i palinsesti radiofonici; ma per chi l'ha fatto serve
soprattutto per essere venduto ed è naturale che non vi sia cantante al
mondo che rinunci a parlarne con entusiasmo. Il critico dovrebbe evitare
di scendere così in basso, ma una volta travolto dall'impeto del mercato
cercherà, con ineffabile equilibrio, di esporre le sue ragioni. Io non
sono un critico e mi posso quindi permettere di dichiarare tutto il mio
entusiasmo per questo LP doppio, inciso dal vivo, dove finalmente un
cantante rock italiano entra nelle case con il suo suono originale, i
rumori della piazza, l'entusiasmo che ti dà il cantare dal vivo senza
quella mediazione della sala d'incisione, dove musicisti spropositatamente
bravi diventano, con l'aiuto dei tecnici, stratosferici.
« I due dischi rappresentano la somma del lavoro registrato per tre anni
in tutte le città d'Italia. Ho preso il concerto a Villa Gordiani a Roma,
quello che feci nello stadio di Catania e poi a Pesaro, dove ho suonato
quel pezzo nuovo che era nella colonna sonora del film " II grande ruggito
" di Noel Marshall. Ho preso quindi un'enormità di materiale, il meglio
tecnicamente parlando, lasciando perdere se in quei nastri vi era
registrato il successo del pubblico in quella sera, anzi per quest'ultimo
ingrediente, necessario per un disco dal vivo, in sala d'incisione, quando
abbiamo cucito i vari brandelli del discorso sonoro, ho cercato in alcuni
punti in cui, magari, mancava l'entusiasmo perché in quella sera eravamo,
che ne so, attaccati direttamente al mixer, di ricreare quella che era la
situazione più normale. Questo è comunque l'album che preferisco in
assoluto, un po' perché ci stanno le canzoni a cui sono più legato: perché
c'è " Doctor Jekill e Mr. Hyde ", " Angelina ", " Taglia la testa al gallo
", " Pigro ", c'è " Fuoco sulla collina " che è in assoluto la mia canzone
che amo di più, c'è " Lontano dalla paura ", ...una specie di " medley ",
una canzone attaccata all'altra, di " Addio Lugano addio " con " Paolina "
e con " Agnese ", poi c'è " Motocross " che naturalmente non può mancare e
poi c'è ,.. Monna Lisa " e " Digos Boogie " che sono legate assieme e sono
state prese in quella splendida manifestazione al concerto delle caserme
aperte l'anno scorso a Bari. Per la prima volta ho adoperato la mia band,
più o meno a me in sala d'incisione hanno sempre messo persone
eccezionali, ma non so perché non hanno mai voluto che utilizzassi i
ragazzi che in questi anni hanno suonato con me nelle tournée. Mi hanno
detto i dischi sono una cosa diversa, figurati se io che devo la mia
fortuna alla sala d’incisione do loro contro, magari contraddicendomi non
sono mica matto! Però, insomma, ho avuto una soddisfazione da quel punto
di vista perché quando ho messo il materiale sul piatto della sala
d’incisione, mi sono reso conto quell’energia che volevo tirare fuori,
soltanto in quel modo poteva uscire. L’album si chiama "Parla tu" che è
una vecchissima canzone del ’67 terzinata alla Otis Redding che ho voluto
prendere per un fatto di nostalgia, è una canzone firmata Lo
Vecchio-Vecchioni e quindi siamo in clima di rimembranze pesanti>>.
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